Visualizzazione post con etichetta Religioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Religioni. Mostra tutti i post

mercoledì 21 ottobre 2009

Che ridere!

La Costituzione è una cosa seria...



... non c'è niente da ridere.

sabato 26 settembre 2009

Machiavelli e don Momigli

Sabato scorso sono stato alla scuola per amministratori organizzata a San Gimignano dall'Istituto Gramsci Toscano in collaborazione con PD Toscana, GD Toscana e Associazione Romano Viviani.
Curiosando nel programma della scuola avevo intravisto, tra i relatori, un certo don Giovanni Momigli,
a me fino a quel momento sconosciuto, che avrebbe trattato il tema dell'immigrazione. Ora, francamente, un'ora di lezione sull'immigrazione tenuta da un sacerdote in un assonnato pomeriggio di sabato nel bel mezzo di 6 sessioni di studio, non sembrava una prospettiva propriamente allettante... Invece don Giovanni si è rivelato davvero originale e interessante. Intanto cazziando il coordinatore delle lezioni per aver usato la locuzione "società multiculturale" - dopo approfondirò questo argomento. Poi dichiarando che i soliti dibattiti sul tema "immigrazione, risorsa o problema" lo hanno stufato, così come non ce la fa a non cambiare canale se vede un prete (che non sia lui) che in TV parla di immigrazione.

Tra parentesi, don Giovanni Momigli è presidente del CdA della Fondazione Spazio Reale, e vorrei presentarlo con il profilo che si trova sul sito della fondazione stessa:

Giovanni Momigli, nato a Firenze 13 ottobre 1950. Dopo un'esperienza di fabbrica, prima come operaio falegname e poi come impiegato amministrativo, nel 1974 è stato eletto membro della segreteria provinciale della FILCA (sindacato edili e legno della Cisl), iniziando così l’attività sindacale a tempo pieno che lo vede Segretario generale della FILCA provinciale, membro della segreteria regionale e dell'esecutivo nazionale della stessa categoria, membro del consiglio generale della Cisl provinciale e regionale. All’inizio del 1984 lascia il sindacato ed entra in seminario. Viene ordinato prete dall’Arcivescovo di Firenze, Cardinale Silvano Piovanelli, il 12 aprile 1990 e viene nominato viceparroco della Parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio a Firenze e, dall’ottobre 1991, parroco della parrocchia di san Donnino. Nel 1993, a termine del Sinodo diocesano, il cardinale Piovanelli costituisce l’Ufficio per la Pastorale Sociale e Lavoro e lo nomina direttore; incarico che gli viene confermato dall’attuale Arcivescovo di Firenze, cardinale Ennio Antonelli. Nel giugno 1997, Piovanelli crea la Fondazione Diocesana per il Lavoro e lo nomina presidente. Dal 2005 è incaricato dalla Conferenza Episcopale Toscana dell’Osservatorio Giuridico Legislativo della stessa CET.


La sua lezione tratta di politich
e per la nuova cittadinanza e strategie e politiche per l'interetnicità.

Le cose cambiano. Cambiano nel tempo. E cambia anche il senso del tempo. Stiamo passando da una società che com
prende la linearità del tempo e quindi la consequenzialità delle azioni nel tempo, ad una percezione puntiforme della vita: l'esistenza come un insieme di punti, ieri, oggi, domani, senza una connessione logica tra di essi. Anche i pubblicitari l'hanno capito, e se la giocano con slogan tipo "life is now". Il senso del tempo cambia in verticale (cioè in diverse epoche) ma anche in orizzontale: oggi, uno studente e un pensionato non hanno la stessa visione del tempo.
Allo stesso modo cambia l'immigrazione, o meglio, è cambiata: sia nell'essenza che nella sua percezione. L'immigra
zione nell'epoca della globalizzazione è diversa per le dimensione dei flussi migratori, per le maggiori possibilità di spostamento per la qualità degli emigranti. Per queste ragioni è sempre più inadeguato parlare di controllo dell'immigrazione: quelle che serve è il governo dell'immigrazione.
Per governare è necessario un PROGETTO DI SOCIETA'. Non ci si può basare sul singolo elemento su cui decidere e prendere in rassegna tutti i pro e tutti i contro: ogni azione ne ha e spesso è difficile soppesarli. Quello che aiuta nel prendere le decisioni è verificare la rispondenza e l'adeguatezza di un provvedimento in relazione al progetto di società verso il quale tendere. Per esempio, la questione delle
classi di bambini cinesi: è facile comprendere come ci siano pro e contro. Sicuramente con insegnanti dedicati i bambini non alfabetizzati impareranno prima l'alfabeto italiano, ma ci sarà inevitabilmente una maggiore difficoltà ad intessere rapporti sociali con bambini di altre etnie. Dove è scritto cosa è meglio? Non è scritto, per fortuna... l'unica soluzione è riferirsi al modello di società che vogliamo. Secondo don Momigli, e anche secondo me, la società che vogliamo creare deve essere:
  • plurietnica perché non si può scegliere: la nostra società è già composto da più etnie...
  • multireligiosa perché non si può pensare ad una sincresia religiosa (e quindi ad una società inter-religiosa): la giustapposizione di diversi credo porta però immediatamente alla laicità del ragionamento politico: la ragione diventa l'unico elemento comune su cui poter ragionare, non la fede!
  • interculturale perché vogliamo una società dell'interazione e non della segregazione (come nel modello multiculturale, simile a quello americano, in alcuni casi).
Si vuole tendere quindi all'interazione e non all'integrazione:

INTEGRAZIONE

Semplicemente perchè chi integra chi? Chi è l'integrante e chi l'integrato? Così come per concetti come "tolleranza" o "accoglienza": perchè io ti tollero? Magari sei tu a dover tollerare me...
Il progetto sociale ben definito porta anche a scelte urbanistiche: infatti la società multiculturale è quella della concentrazione o della segregazione, mentre quella interculturale è della diffusione. Con strumenti che possono includere anche limiti percentuali alla presenza di stranieri in ciascuna zona, così da evitare la concentrazione e la segregazione e incentivare la diffusione.

Un testo di riferimento: "
La carta dei valori della cittadinanza e dell'integrazione" di Giuliano Amato, 2007.

mercoledì 23 settembre 2009

L'altro/a tra noi

Su diversità e intercultura, è stato pubblicato oggi un articolo su La Repubblica.it. Riporta i risultati di una ricerca sui giovani e l' "altro", sia esso per religione, cultura, etnia, orientamento sessuale, abilità fisiche, etc.


I giovani sono quelli delle scuole medie superiori. I dati più preoccupanti: quasi l'80% degli intervistati crede che essere musulmani sia una condizione di svantaggio; e il 63% vede nell'omosessualità una condizione non favorevole.
A seguire, riportiamo l'articolo.


Altri, diversi e 'lontani da noi'
I giovani italiani e la paura dello straniero
di Vera Schiavazzi

Altri, diversi e 'lontani da noi' I giovani italiani e la paura dello straniero Un gruppo di studenti stranieri in Italia con Intercultura Diffidenti, talora ostili. E realisti ai limiti del cinismo. E' il ritratto dei giovani - studenti di liceo o di istituti professionali, veneti e emiliani, toscani e pugliesi, che la Fondazione Intercultura ha intervistato per sapere quali sono i 'confini' che i ragazzi tracciano tra se stessi e chiunque sia 'diverso'. Ne emerge il ritratto di una generazione che potrebbe, se qualcosa non cambierà soprattutto nelle scuole, rivelarsi disinformata e più chiusa verso gli 'altri' rispetto al resto d'Europa.

La ricerca - che verrà presentata domani all'Università di Reggio Emilia in uno degli appuntamenti conclusivi dell'anno del dialogo interculturale promosso dal Consiglio d'Europa - , si intitola "L'altro/a tra noi" e ha analizzato un campione di oltre 1.400 studenti, forse il più grande mai interrogato in Italia su questi temi e in questa fascia di età.

Confrontando le risposte con quelle di Eurobarometro, il sistema con il quale l'Unione europea monitora costantemente l'atteggiamento dei cittadini su questioni in perenne evoluzione ai confini tra etica, economia e società, come l'immigrazione, l'omosessualità, la tolleranza religiosa, i giovani italiani appaionoi più rigidi nelle proprie distanze (o paure). E, a sorpresa, i più netti nel tracciare linee di demarcazione verso chi è diverso sembrano essere gli allievi dei licei e delle zone più ricche tra quelle scelte per lo studio di Intercultura.

Qualche esempio? I giovani sono preoccupati per il futuro (il 43% teme la disoccupazione, il 32% è preoccupato per il costo della vita e il 30% addirittura per la pensione) mentre l'integrazione degli stranieri è considerata come un obiettivo da raggiungere soltanto dall'11% degli intervistati. Ma i ragazzi intervistati - soprattutto al Nord, dove nelle scuole professionali la presenza di stranieri è cresciuta molto velocemente negli ultimi anni - ritengono che la presenza di immigrati in Italia sia molto più alta della realtà: anziché collocarla intorno all'8-10%, molti hanno indicato "il 30%" o "almeno 20 milioni di persone". "Esiste un'emotività diffusa collegata a un senso di insicurezza e di pericolo - spiegano i ricercatori - che porta i giovani a indicare percentuali molto alte, quasi a sottolineare la fondatezza delle loro preoccupazioni. In generale, emerge una scarsa informazione, che diventa addirittura nulla quando si parla di diritti e doveri degli stranieri".

Se si entra nel dettaglio, alcuni gruppi di 'diversi' vengono percepiti come ancora più lontani da sé: l'87% dei giovani ritiene che essere un rom sia una condizione di "svantaggio" (mentre solo il 77% degli europei la pensa allo stesso modo). Appena inferiore la distanza, e dunque il pregiudizio, nei confronti degli immigrati di religione musulmana. Ma, come spiega Roberto Ruffino, segretario generale della Fondazione Intercultura, uno tra i primi studiosi italiani ad aver puntato sugli scambi tra giovani di tutti i paesi, "Diffidenze e paure riguardano i gruppi indistinti. Nelle nostre interviste abbiamo incontrato spesso studenti che avevano un fidanzato o una fidanzata stranieri, o un amico, o un vicino di casa. E tutti dicevano la stessa cosa: 'Lui (o lei) è marocchino, ma è bravissimo, è il mio ragazzo...'. Il rapporto personale, quando c'è, cancella ogni distanza". Anche dai temi realizzati a scuola (prima delle interviste, le classi scelte sono state invitate a lavorare sugli argomenti della ricerca) emerge come un'altra condizione di 'diversità', quella omosessuale, si collochi subito dopo l'essere stranieri o rom nella percezione di "svantaggio": lo afferma il 63% degli studenti, contro il 54% delle media europea.

Nella ricca Emilia Romagna, invece, addirittura il 93% dei ragazzi indica la disabilità fisica, un altro dei fattori esaminati, come un grave rischio di "esclusione sociale". Non c'è spazio per chi è diverso nel mondo un po' spietato, un po' pericoloso dove i ragazzi si aspettano di vivere. "In parte - spiega ancora Ruffino - questi giudizi potrebbero riflettere la constatazione che l'integrazione, scolastica e non solo, è ancora assai incompleta e che per chi è disabile o straniero la vita non è facile. Ma per altro verso, sicuramente, queste risposte denotano paura e, soprattutto, una grave carenza di informazioni che dovrebbero diventare materia di studio in tutte le scuole".

E c'è anche un 32% di studenti delle scuole professionali che si dichiara "totalmente d'accordo" con misure che impediscano l'arrivo in Italia di altri stranieri. I rimedi possibili? "Più informazioni a scuola, sicuramente, ma anche più scambi con l'estero: chi ha vissuto altrove per almeno sei mesi, provando concretamente che cosa significhi essere 'l'altro', rientra a casa con la mente più aperta", conclude Raffaele Pirola, responsabile comunicazione della Fondazione Intercultura.

22 settembre 2009

lunedì 21 settembre 2009

LA come qua

American Apparel è una compagnia americana di abbigliamento. La sede è a Los Angeles, California. Proprio in centro, c'è il quartier generale di American Apparel: lì non ci sono solo uffici di dirigenti o designer. In centro a LA viene anche prodotta gran parte dei vestiti in quella che è chiamata una "fabbrica verticale".

schema della "fabbrica verticale" a downtown Los Angeles

Loro hanno creato "Legalize LA: immigration reform now!", una campagna di sensibilizzazione sul tema dell'immigrazione, di una riforma che si rende necessaria e del lavoro nero (clicca qui per scaricare il pdf del documento sulla campagna).


Si battono perché ci credono, ma non solo: la loro politica chiara riguardo ai lavoratori illegali risulterebbe anti-concorrenziale nel lun
go periodo.

Da loro, come da noi: la nostra società è a
ncora indietro rispetto all'immigrazione, anche perché le ondate sono state molto più recenti.

diagramma temporale delle ondate immigratorie USA (Who we've hated > Chi abbiamo odiato...)

Proprio adesso è il momento di creare un progetto di società plurietnica, multireligiosa e intercultur
ale (cit. da don Giovanni Momigli, Fondazione Spazio Reale).
Plurietnica
perché non si può scegliere.
Multireligiosa
perché non si può pensare ad una sincresia religiosa: la giustapposizione di diversi credo porta però immediatamente alla laicità del ragionamento politic
o: la ragione diventa l'unico elemento comune su cui poter ragionare, non la fede!
Interculturale
perché vogliamo una società dell'interazione e non della segregazione (come nel modello multiculturale, simile a quello americano, in alcuni casi).

scatti da Los Angeles: segregazione e concentrazione VS interazione e diffusione

Un modello di in
terazione, e non di integrazione, di accoglienza o di tolleranza. Un'interazione fatta di offerte e richieste, e non di assistenza o di solidarietà.

facce da immigrato