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lunedì 8 febbraio 2010

Le carceri in Consiglio Provinciale

Di seguito, pubblichiamo con piacere un intervento di Niccolò Guicciardini all'ultimo Consiglio Provinciale.

Si tratta della presentazione della Mozione “La situazione della Casa di Reclusione di Ranza nel Comune di San Gimignano e della Casa C. di Siena".


L'intervento originale puoi trovarlo sul blog di Niccolò.

Buongiorno a tutti,

cominciamo col dare un po' di numeri. In Italia abbiamo 65.067 detenuti, di cui meno della metà imputati e il resto (33.247) condannati. Di questi 24.152 sono immigrati ed è da notare come il numero degli imputati detenuti tra gli immigrati superi di quasi quattromila unità i condannati detenuti, mentre tra i cittadini italiani il numero dei condannati detenuti superi di quasi seimila unità gli imputati detenuti.
In definitiva, l'Italia ha una consistente popolazione detenuta, che determina molto spesso condizioni di sovraffollamento e difficoltà di gestione. Per questo motivo, qualche giorno fa, il 13 gennaio, il Governo ha dichiarato lo stato d'emergenza nazionale. Conseguentemente, nel comma 219 della Legge Finanziaria 2010, sono stati stanziati cinquecento milioni per le infrastrutture carcerarie, prevedendo o la realizzazione di nuove strutture o l'aumento della capienza di quelle esistenti. In particolare, è prevista la realizzazione di quarantasette nuovi padiglioni affiancati a strutture già presenti nei territori. In tutto questo, si prevede anche di assumere alcune unità come Polizia Penitenziaria. Tutto ciò significa che a qualcosa sono servite le proteste, l'impegno e la determinazione di tanti cittadini, delle istituzioni locali, degli agenti penitenziari... Tutto questo però non basta. La creazione di nuovi padiglioni è davvero pericolosa, se non ragionata: credo di poter dire fin da ora che una soluzione del genere non andrebbe affatto bene per la Casa di Reclusione di San Gimignano. Chiedo in prima istanza di aggiungere le seguenti due correzioni alla Mozione. Inserire in conclusione del settimo capoverso la frase “come evidenziato in una lettera del Sindaco Giacomo Bassi al Ministro Angelino Alfano” e inserire alla chiusura della mozione “nonostante i piccoli segnali dati nell'approvazione della Finanziaria 2010, che speriamo possano essere solo una base di partenza di un nuovo e più incisivo intervento del Governo sulle tematiche in oggetto”.
Tutto questo non basta, dicevo. La situazione presentata nella Mozione rimane. Noi non possiamo considerare le carceri come dei luoghi di stoccaggio di rifiuti tossici che la nostra società produce, non possiamo considerare le carceri come luoghi in cui rinchiudere i reietti per renderli inoffensivi, come fosse uguale spedirli in una lontana isola deserta. Non possiamo considerare le carceri un costo da ottimizzare per stipare uomini e donne in celle strette, ledendo i loro diritti di esseri umani. Non possiamo accettare che (e le condizioni di sovraffollamento incidono) ci sia un tasso di suicidi così alto in carcere. Cito Sofri che racconta come nelle carceri ci sia “una disperazione sulla quale non scende più nessun anestetico e che i traduce in un alto tasso di suicidi, che sono tanto più significativi perché commessi da persone giovani, che hanno pene brevi, oltre alle diffuse forme di autolesionismo fisico”. Il 2009 è stato l'anno con più suicidi in carcere della nostra storia: 72.
Infine, non possiamo legare il concetto di detenzione meramente a quello di 'punizione'. Viceversa, il sistema penitenziario è parte della società ed in essa svolge un ruolo cruciale attraverso la riabilitazione e le fasi trattamentali. Senza entrare nei dettagli, anche se consiglio vivamente una lettura come Cesare Beccaria ai nostri rappresentanti attualmente al Governo, il messaggio che dobbiamo dare deve essere chiaro e forte: investire sul sistema carcerario significa investire su una società migliore.
E alcune interpretazioni semplicistiche delle condizioni dei detenuti, peraltro preoccupanti a maggior ragione dopo gli eventi di cronaca degli ultimi mesi, lasciano il tempo che trovano. Ha avuto ad dire sempre Sofri come “il dolore nelle carceri sia una specie di fondo perenne e in questo senso sordo: un dolore, cioè, che nessuna risata, nessun gioco allegro, nessuno spintone tra ragazzi -che sono la maggioranza della popolazione carceraria oggi-, nessuna partita di calcio o di calcetto o di biliardino può far dimenticare nemmeno per un momento”. Credo che queste parole esprimano bene di cosa stiamo parlando.
In Toscana abbiamo 4321 detenuti, praticamente quanto un Comune della nostra Provincia. A Siena sono detenuti 386 detenuti circa. C'è una situazione che è divenuta intollerabile da tempo e cui la nostra istituzione può dare il proprio impegno e la propria solidarietà a partire dall'approvazione di questa mozione, su cui spero troveremo convergenze anche dalle minoranze perché è un problema del nostro territorio.
Andrò per sommi capi. Primo punto: il sovraffollamento di Ranza. Il carcere di Ranza vive in un significativo sovraffollamento. Ad ora abbiamo un sovraffollamento stimato di circa 103 detenuti. Questo significa un'oggettiva difficoltà a garantire standard decenti di vivibilità, nonostante il lavoro quotidiano e l'impegno di tanti operatori ed agenti. A Ranza sono presenti 306 detenuti, con una complessità ed una composizione molto eterogenea. Più di un terzo, infatti (120 ad ora), sono stranieri, cinquanta nordafricani e quaranta dell'Europa dell'Est. Questa situazione eterogenea rende ancora più impegnativo il lavoro degli agenti nel carcere.
Secondo punto: a fronte di questa situazione, a Ranza si registra una carenza di organico pari a circa il 42% rispetto alla Pianta Organica prevista per un carcere di quelle dimensioni. Sono attive ad oggi 131 unità nel carcere con un deficit di 102 unità. Il decreto ministeriale del 2001 in materia, infatti, prevede duecentotrentatré unità attive nella Casa di Reclusione di Ranza. In particolare mancano dodici ispettori, undici sovrintendenti e trentasei agenti ed assistenti. Ciò determina un ricorso obbligatorio alle ore di lavoro straordinario, che mediamente significano sei giorni di lavoro in più al mese per ciascuna unità.
Inoltre, il sovraccarico di lavoro e la responsabilità sono diventati intollerabili per la Polizia Penitenziaria di Ranza, che mette a rischio la propria incolumità fisica. E' di non molti mesi fa l'episodio di una grave aggressione da parte di un detenuto che ha mandato a lungo in ospedale un agente penitenziario. Questi sono fatti gravi, che generano insicurezza, difficoltà a svolgere il proprio lavoro, difficoltà ad attivare molte attività... Su tutto questo si è attivato da tempo il Sindaco di San Gimignano, Giacomo Bassi, molti altri enti locali, oltre che gli Onorevoli Franco Ceccuzzi e Susanna Cenni.
Terzo punto: a Ranza manca una dirigenza stabile. L'attuale Dirigente è impegnato nella conduzione di un altro istituto in una regione lontana dalla nostra e questo genera per forza problemi. Inoltre, manca proprio l'assegnazione di un Dirigente alla guida dell'istituto in pianta stabile.
Il quarto punto sta nei fattori di insicurezza percepita dalla popolazione sangimignanese e in particolare da chi abita vicino al carcere. Anche questo è un aspetto da tenere in considerazione.
Il quinto punto riguarda, invece, la Casa Circondariale di Siena. Anche qui si registra una carenza di organico, pari a diciotto unità, di cui dieci agenti o assistenti. Il sovraffollamento a Siena è calcolato in circa trenta detenuti. Quello che però più preoccupa è di ordine igienico-sanitario. La struttura penitenziaria è infatti fatiscente, invivibile sotto l'aspetto igienico-sanitario. Inoltre, la collocazione nel centro storico non aiuta né la possibilità di intervenire in modo determinante sulla struttura, né nel contemperare la sicurezza con un contesto esterno improntato principalmente al turismo. Su questo bisogna fare qualcosa.
Il sesto punto che voglio portare alla vostra attenzione riguarda l'impossibilità, in queste condizioni, di procedere spesso alle attività, in particolare di mantenere viva e implementare quella rete di relazioni con associazioni importanti nel tessuto del nostro territorio. Ci sono tante associazioni ed enti che si impegnano nel creare un ponte solido tra il carcere e la società, che riescono ad incidere in modo determinante sul reinserimento. Sostenerle e rendere il carcere un luogo sicuro per chi va ad operarci è un obiettivo primario.
Un altro aspetto, il settimo a questo punto, è che il Governo non ha dato risposte circostanziate e precise a precise e circostanziate domande degli enti locali e dei nostri Parlamentari. Spero che anche da parte delle opposizioni di questo Consiglio ci sia la volontà di portare questa questione all'attenzione. Spero che su questo tema riusciremo a fare un lavoro insieme, visto che stiamo parlando di questioni così vive ed importanti per i nostri territori.
Dobbiamo considerare il carcere come un luogo strategico e complementare della società. Per fare questo, serve la volontà di investire e di prestare attenzione a tutto quello che accade.
Vi ringrazio per l'attenzione.

lunedì 4 gennaio 2010

Web Invaders

Il 15 dicembre Gian Antonio Stella ha scritto per il Corriere della Sera un editoriale dal titolo "Il lato oscuro della rete".

Ci è arrivata una lettera di commento che pubblichiamo volentieri, insieme all'editoriale stesso.

Buona lettura!


15.12.2009

da corriere.it
Il lato oscuro della rete
Il web invaso da minacce e insulti


Ma davvero «in democrazia un cittadino deve avere il diritto di dire le sciocchez­ze più grandi che crede», come teorizzò nel 2003 l’al­lora ministro della Giusti­zia Roberto Castelli metten­dosi di traverso alla legge europea che voleva ridefini­re i reati di razzismo e xe­nofobia? Roberto Maroni, vista l’immondizia che tra­bocca online a sostegno dell’uomo che ha scaraven­tato una statuetta in faccia a Silvio Berlusconi (c’è chi si è spinto a scrivere: «Gli doveva rompere il cranio a quel testa d’asfalto!») pen­sa di no. E ha ragione. Se è vero che la nostra libertà fi­nisce là dove inizia la libertà degli altri, anche la liber­tà di parola, cioè il bene più prezioso dell’oro in una democrazia, ha un li­mite. Che non è solo il buon senso: è il codice pe­nale.

Ci sono delle leggi: l’ist­i­gazione a delinquere e l’apologia di reato vanno puniti. Uno Stato serio non può tollerare che esista una zona franca dove di­vampa una guerra che quo­tidianamente si fa più aspra, volgare, violenta. Co­me ha spiegato Antonio Ro­versi nel libro «L’odio in Rete», il lato oscuro del web «è popolato da indivi­dui e gruppi che, pur nella diversità di accenti e idio­mi utilizzati, parlano tutti, salvo qualche rara ma im­portante eccezione, il lin­guaggio della violenza, del­la sopraffazione, dell’an­nientamento ». Tomas Mal­donado l’aveva già intuito anni fa: «In queste comuni­tà elettroniche cessa il con­fronto, il dialogo, il dissen­so e cresce il rischio del fanatismo. Web significa Re­te ma anche ragnatela. Una ragnatela apparentemente senza ragno, dove la comu­nicazione, a differenza del­la tivù, sembra potersi eser­citare senza controllo». Ma più libertà di odio è più de­mocrazia? È una tesi dura da sostenere. E pericolosa. Perché, diceva Fulvio To­mizza, che aveva visto il suo piccolo paradiso istria­no disintegrarsi in una fai­da etnica un tempo inim­maginabile, «devono anco­ra inventarlo un lievito che si gonfi come si gonfia l’odio».

Colpire Internet, dicono gli avvocati di Google de­nunciata per certi video in­fami su YouTube (esem­pio: un disabile pestato e ir­riso dai compagni) «è co­me processare i postini per il contenuto delle lettere che portano». E lo stesso ministro degli Interni non si è nascosto la difficoltà di avventurarsi in battaglie in­ternazionali contro un gi­gante immenso e impalpa­bile. Peggio, c’è il rischio di far la fine dello scoiattoli­no dell’«Era glaciale»: a ogni forellino che tappa, l’acqua irrompe da un’altra parte. Ancora più rischio­so, però, sarebbe avviare una (giusta) campagna con­tro solo una parte dell’odio online. Trascurando tutti gli altri siti che tracimano di fiele come quelli che im­punemente scrivono d’un «olocausto comunista per­petrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei», di «fottuti schi­fosi puzzoni stramaledetti sporchi negri mangiabana­na », di «maledetti zingari immigrati razza inutile sporca da torturare», di re­spingimenti da abolire per­ché «la soluzione a questi problemi è il napalm, altro che rimpatri». Non puoi combattere l’odio se non lo combatti tutto. Andan­do a colpire sia i teppisti razzisti che sputano online su Umberto Bossi chiaman­dolo «paralitico di m.» sia quanti aprono gruppi di Fa­cebook intitolati «Io odio Di Pietro» o «Uccidiamo Bassolino». Mai come sta­volta, però, il buon esem­pio deve venire dall’alto. Occorre abbassare i toni. Tutti.

Gian Antonio Stella


Il commento di Riccardo Sforzi
Egr. dott. Gian Antonio Stella,

ho letto ieri (martedì 15 dicembre 2009) durante il furtivo caffè che prendo ogni metà mattinata, il Suo editoriale sul Corriere della Sera. L’ho letto velocemente perché volevo far presto e lo scorrevo con la tazzina in mano: ritengo quindi di averne assunto primariamente un contenuto che (a dirLe il vero) non so se corrisponde esattamente a ciò che Lei voleva trasmettere: fatto è che sento comunque il bisogno di riferirLe una mia sincera preoccupazione.

Non sono affatto preoccupato dal momento politico che stiamo attraversando e vorrei subito evitare facili fraintendimenti:
  1. il Presidente del Consiglio è ricoverato in Ospedale perché è stato vittima di un attentato brutale, meschino ma, se vogliamo, anche un po’ buffo;
  2. l’animosità politica tra le fazioni di governo e opposizione è talmente rovente che conviene tenersi a debita distanza da qualsiasi incontro-scontro tra le parti se non si vuol correre il rischio di bruciarsi;
  3. eventuali ustioni infatti più che da incuria od incapacità di svolgere la disputa (ovvero da cattiva arte nel contendere), derivano dalla più totale incomprensione che imperversa tra le fazioni: esse parlano linguaggi completamente diversi che quotidianamente alimentano incomprensioni, dissidi e rancori.

In una partita a scacchi si direbbe: è stallo. Il re è sotto scacco, ma non lo si può mai mangiare. Prologo sbrigativo il mio, esattamente come il caffè bevuto ieri mattina davanti al suo articolo, ma comunque necessario per dirLe ciò che penso, proprio come il caffè di mezza mattinata, comunque necessario per pellegrinarmi a pieno.


Non considero particolarmente grave l’attentato di Milano (dopo questo bernoccolo non accadrà proprio niente), ma viceversa reputo grave che un intellettuale del Suo calibro vagabondi con i suoi paternali socio-moralistici a fronte di un fenomeno planetario, destinato a plasmare le dicotomie che plasmano il nostro vivere quotidiano: destra/sinistra, pubblico/privato, naturale/artificiale, ricezione/trasmissione, singolo/moltitudine, amore/odio….. Con Internet è in atto una rivoluzione dei rapporti interpersonali tra singoli (e sociali tra etnie) simile ad una mutazione genetica.

La mia vera preoccupazione è che Lei, deputato portatore di pensiero, fa a gara con i suoi pari per non introdursi su questa fattispecie. Anzi: la Sua constatazione sulla squallida ed incivile volgarità che domina la ragnatela del web, che Lei ci ha novellato abitata dal ragno malefico, niente aggiunge e niente toglie a qualsiasi considerazione politica sul caso, ma soprattutto inquadra assai superficialmente un presupposto genetico del nostro tempo: l’anarchia del web, che Lei desidererebbe placare con statuti penalmente rilevanti, infatti si alimenta e prende corpo esattamente sul coacervo di regole che il nostro più che legittimo, più che maturo, più che civile, vivere borghese si è modellato addosso per rendersi tale.

Allora Internet corrisponde al nostro essere belve incivili allo sbando? No.

La rete, in qualsiasi delle sue manifestazioni (dal movimento collettivo dei viola fino al suo editoriale), si presenta come alter-ego capace di scombinare ogni protocollo di rito, ogni galanteria burocratica, ogni diplomazia da galateo e, qualora il re si volesse divertire, ogni capriola del ciambellano di corte. E stavolta il re è nudo sul serio, nel senso che tutto l’arsenale di suoi abiti di corte ha preso fuoco e non gli resta che sventagliarci la sola cipria che si è spalmato sulla sua pelle: la foto di Silvio Belusconi col volto insanguinato ha già fatto il giro del mondo e sicuramente, da eccezionale incantatore di serpenti qual è, lui saprà fare ottimo uso di quel ritratto: possiede i mezzi per raccontarci che la cipria più adatta ad un Primo Ministro che si rispetti è color rosso vermiglione. E’ proprio vero: che al peggio non c’è mai fine!

Rosy Bindi con le Sue dichiarazioni da Sacerdotessa bisbetica (che non possono certo definirsi stilisticamente perfette) può comunque fornirmi una degna conclusione. Cresciuta in quella terra grezza e gioviale che è la Val di Chiana Lei è arrivata velocemente al sodo: che Berlusconi la faccia poco lunga perché con una fronte tanto lucida, spaziosa ed evidente come la sua (splendente come un campo di pannocchie sotto il sole d’agosto) un sasso, per quanto appuntito, non rende martire nessuno.

Riccardo Sforzi, architetto FIRENZE (di fede viola……. ma solo perché tifo Fiorentina!)



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sabato 28 novembre 2009

I beni confiscati sono cosa nostra

Ieri il Gruppo Consiliare "Centrosinistra per Asciano" ha presentato in Consiglio Comunale un ordine del giorno su Suvignano. Riporto di seguito il testo completo a corredo dell'ordine del giorno da cui è stato tratto il mio intervento in Consiglio.

SUVIGNANO IN BREVE
L’Azienda Agricola Suvignano, situata nel comune di Monteroni d’Arbia e composta da circa 700 ettari di terreno (un sesto dell’intero territorio comunale) e svariati poderi, apparteneva al costruttore siciliano Vincenzo Piazza. Verso la fine degli anni ’90 Piazza è stato incriminato per mafia ed ha subito la confisca dei suoi beni tra i quali anche l’Azienda Agricola Suvignano. I beni sequestrati sono stati definitivamente confiscati nell’aprile 2007. Le candidature ad oggi emerse per l’assegnazione dell’azienda sono due:
  • una dell’Istituto Zootecnico Siciliano, in virtù di un protocollo di intesa per l’allevamento di alcune razze autoctone;
  • una del Comune di Monteroni d’Arbia insieme alla Provincia di Siena e alla Regione Toscana, con una proposta di gestione e di valorizzazione dell’azienda che tiene conto degli sviluppi sotto il profilo agricolo, turistico, venatorio, e soprattutto sociale, calibrato in relazione allo strumento di gestione, in cui ARCI e Libera saranno partner di riferimento per il progetto relativo a “La Fattoria Didattica della Legalità”. La USL 7 ha manifestato l’interesse concreto e formale ad utilizzare uno o più poderi per ospitare un centro di accoglienza per minori e donne maltrattate.
La Legge n. 575 del 1965 e successive modifiche prevede (all’art. 2 - undicies, comma 2) una distinzione tra beni immobili e beni aziendali: per i primi è prevista l’assegnazione agli enti locali per il riuso a fini sociali; per i secondi l’affitto aziendale o la vendita. La ratio della legge è chiara: è poco sensato proporre una gestione pubblica, per esempio, di una fabbrica manifatturiera. Nel caso di Suvignano, trattandosi di azienda agricola, è difficile distinguere tra beni immobili e beni aziendali. Dopo vari dubbi interpretativi, il Demanio ha classificato Suvignano come bene aziendale e questo non consente l’assegnazione diretta del patrimonio agli enti locali ma solo l’affitto aziendale o la vendita. A seguito di vari incontri tra enti locali, Prefettura di Siena e Agenzie del Demanio coinvolte, era scaturita la possibilità di assegnazione del bene come bene immobile, dopo che fosse avvenuta una liquidazione societaria con estromissione, i cui debiti fossero assolti dagli enti futuri assegnatari del bene. La Legge n. 94 del 15.07.2009 avente per oggetto “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” (all’art. 2, comma 20 con modifica dell’art. 2 - decies della Legge n. 575 del 1965) stabilisce che la decisione in merito alla classificazione dei beni come immobili o aziendali sia in capo alla Prefettura e non più all’Agenzia del Demanio, su proposta non vincolante della stessa. La Prefettura, però, ancora non è dotata di un struttura tecnica in grado di potersi esprimere in merito. La proposta di modifica alla Legge Finanziaria del 2010 (modifica n. 2.300 testo 3 al DDL n. 1790 e approvata dal Senato il 13 novembre 2009) introduce (all’articolo 2 comma 18 - sexiesvicies) la possibilità di vendita dei beni confiscati alle mafie.

IL NOSTRO PUNTO DI VISTA
Noi riteniamo molto pericolosa la messa all’asta di un bene confiscato alla mafia, essendo consapevoli della facilità con cui le associazioni mafiose potrebbero rimpossessarsi del bene a mezzo di pr
estanome. Inoltre le organizzazioni mafiose potrebbero trovarsi in possesso di ingenti liquidità da investire, anche in virtù del cosiddetto “scudo fiscale”. Riteniamo inoltre che tale scelta sarebbe un precedente estremamente pericoloso in quanto non garantisce rispetto al ritorno dell’azienda in mani sbagliate e soprattutto disattende completamente il principio ispiratore della norma che è teso a dare un’utilità a fini pubblici dei beni confiscati. Inoltre, crediamo che sia indispensabile impedire, in generale, la messa all’asta dei beni confiscati alla mafia e, nello specifico, la vendita dell’Azienda Agricola Suvignano. Per capire il rischio che corriamo mettendo all’asta Suvignano, è utile conoscere alcune vicende legate a Vincenzo Piazza.

PIAZZA, ZUMMO, BANCA ARNER E SCUDO FISCALE
Vincenzo Piazza (ex proprietario del
l’Azienda Agricola Suvignano) in passato ha usato come prestanome per operazioni di narcotraffico e riciclaggio suo genero Ignazio Zummo e il padre di lui, Francesco, imprenditore edile palermitano. Proviamo a capire chi sono gli Zummo e qual è il loro potenziale. Negli anni '80 era stato Giovanni Falcone ad ipotizzare un giro di riciclaggio ad opera di Francesco Zummo e Francesco Civello. Le accuse relative al narcotraffico vennero dichiarate prescritte e Civello fu assolto. Nel 1998 era stato arrestato il figlio Ignazio, sempre con l'accusa di avere favorito il suocero Vincenzo Piazza. Nel novembre 2001 Francesco Zummo fu arrestato a Palermo e gli vennero sequestrati beni per un valore di 300 miliardi di lire. Nel gennaio 2006, nei confronti degli Zummo scattò un sequestro preventivo di somme di denaro pari a 20 milioni di euro, alcuni dei quali depositati presso banche di Monaco. Nel 2006 il Gup di Palermo ha condannato a 5 anni di reclusione Francesco Zummo ed a 3 anni il figlio Ignazio, entrambi per favoreggiamento ed associazione mafiosa. Secondo l'accusa, i due sarebbero prestanome di Vincenzo Piazza. Sia Francesco Zummo che Piazza hanno già subito una condanna per favoreggiamento per avere aiutato Vito Ciancimino a riciclare parte del suo tesoro all’estero. La signora Teresa Macaluso, moglie di Francesco Zummo, è intestataria di un conto da 13 milioni di € presso l’agenzia milanese di una banca svizzera. Questa banca (Banca Arner) è stata commissariata dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti su indicazione della Banca d'Italia di Mario Draghi per operazioni sospette di riciclaggio. Due dei fondatori della Arner sono Paolo Del Bue, uomo di fiducia di Berlusconi, e Nicola Bravetti che nel maggio 2008 è finito ai domiciliari, insieme agli Zummo, tutti con l'accusa di concorso in intestazione fittizia di beni, aggravato dall'aver agito al fine di favorire Cosa nostra: avrebbero consentito alla moglie di Francesco, Teresa Macaluso appunto, di intestarsi tra il 2003 e il 2005 la somma di circa 13 milioni provenienti, secondo l'accusa, dagli affari della mafia. Per inciso, il conto corrente numero uno di Banca Arner è intestato al sig. Silvio Berlusconi e ha una saldo di circa 10 milioni. In altri conti, riconducibili alle holding guidate da Marina e Piersilvio, si trovano altri 50 milioni, per un totale di circa 60 milioni, che rappresentano un quarto degli attivi di Banca Arner. Altri clienti celebri della banca sono Ennio Doris, fondatore del gruppo Mediolanum, Cesare Previti e il fiscalista Salvatore Sciascia, un veterano di casa Fininvest. Risulta chiaro quale sia il rischio di mettere all’asta Suvignano: il connubio “prestanome” e “scudo fiscale” potrebbe essere esplosivo.

RITA BORSELLINO

Dello stesso parere è Rita Borsellino. "La vendita a mezzo asta dell’Azienda Agricola Suvignano decisa dall’Agenzia del Demanio Toscana e Umbria va assoluta
mente scongiurata”. Così Rita Borsellino in un comunicato del 20.11.2009. “Questa decisione rischia di mandare in fumo le azioni concrete che le associazioni territoriali senesi portano avanti su questi terreni da tempo per diffondere i valori di legalità e lotta contro ogni forma di violenza e criminalità. Faccio appello a tutte le istituzioni coinvolte e a quelle che possono portare un contributo alla revisione della decisione dell'Agenzia del Demanio Toscana e Umbria, affinché venga scongiurata l'ipotesi di vendita all'asta e si agisca in linea con quanto indicato dalla legge, ossia con il riutilizzo sociale del bene”.

CONCLUSIONI
Riteniamo quindi che occorra lavorare per costruire un’interpretazione corretta della norma che consenta un’assegnazione rispettosa del principio ispiratore della legge, che è teso ad assicurare una destinazione sociale dei beni confiscati, che siano essi immobili o aziendali. Siamo convinti che il riuso sociale del bene sia l’unico modo per risarcire i cittadini, lo Stato e le comunità local
i dei gravissimi danni provocati dalla mafia. In quest’ottica, il progetto di recupero sociale dell’Azienda Agricola Suvignano avrebbe un duplice significato: da un lato segna il ritorno alla legalità e una presa di posizione forte contro tutte le mafie; dall’altro la nascita de “La Fattoria Didattica della Legalità” e di un centro di accoglienza per minori e donne maltrattate in un territorio molto vicino al nostro, rappresenta una grande opportunità anche per la nostra popolazione, sotto il profilo economico, occupazionale ed educativo. Secondo noi è quindi indispensabile che il Consiglio Comunale di Asciano, per quanto di sua competenza, si impegni a:
  • sostenere gli enti competenti a portare un contributo alla revisione della decisione dell'Agenzia del Demanio della Toscana e dell’Umbria, affinché venga scongiurata l'ipotesi di vendita all'asta e si agisca in linea con quanto indicato dalla legge, ossia con il riutilizzo sociale del bene;
  • sostenere la mobilitazione a sostegno della candidatura del Comune di Monteroni d’Arbia, della Provincia di Siena e della Regione Toscana, affinché possa essere individuata una soluzione che consenta l’assegnazione del bene nel rispetto delle norme e al tempo stesso secondo lo spirito della legge;
  • promuovere, in collaborazione con gli enti locali interessati, una raccolta di firme per una petizione volta a scongiurare la vendita del bene in questione;
  • sostenere l’approvazione degli emendamenti alla Camera dei Deputati per modificare la norma che prevede la vendita dei beni confiscati;
  • aderire all’appello di Libera “Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra”, finalizzato a modificare una norma ingiusta, promosso anche da altre associazioni e firmato, tra gli altri, da Don Ciotti, Rita Borsellino, Guglielmo Epifani, Paolo Beni, Nando Dalla Chiesa, Enrico Fontana e l’ex ministro Pisanu.

Fonti:


L'ordine del giorno verrà discusso e votato durante il prossimo Consiglio Comunale.

FIRMA ANCHE TU L'APPELLO DI LIBERA
"Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra"
  • dal sito di Libera
  • oppure clicca qui per scaricare il testo dell'appello e le tabelle per raccogliere le firme: stampa, raccogli le firme e invia tutto via fax allo 06 678 355 9

venerdì 13 novembre 2009

omoFOBIA 2009

Condividiamo volentieri la campagna promossa a livello nazionale dai Giovani Democratici in merito all'omofobia.


Sito

mercoledì 21 ottobre 2009

Che ridere!

La Costituzione è una cosa seria...



... non c'è niente da ridere.