
Mozione di sfiducia popolare
In questo momento mi trovo in Giappone e per questo motivo vorrei prendere spunto da un recente avvenimento qui accaduto per fare alcune considerazioni.
Lo scorso settembre il Partito Democratico giapponese ha vinto con larghissima maggioranza le elezioni della Camera Bassa grazie soprattutto a quattro ragioni fondamentali. Si proponeva come alternativa alla tradizione dei figli d’arte, al finanziamento illecito ai partiti, al potere della burocrazia e all’eccessivo servilismo nei confronti degli Stati Uniti. Dopo cinquantadue anni di fallimenti, finalmente il PDJ si trova la maggioranza in parlamento con un grande entusiasmo popolare, dovuto in gran parte al proprio leader e futuro primo ministro Hatoyama (il quale è figlio d’arte per eccellenza: nipote del fondatore della Bridgestone, primo ministro dopo 4 generazioni in cui i suoi avi si sono succeduti in tale carica, figlio di una donna appartenente a una delle famiglie più influenti del Giappone)
Questo entusiasmo ha però iniziato a cedere quando il PDJ è stato investito dallo scandalo per aver ricevuto finanziamenti illeciti.
Oltre a non aver dato particolari segnali nella lotta alla burocrazia, Hatoyama ha ricevuto il colpo di grazia dichiarando di non poter mantenere la promessa elettorale che prevedeva la chiusura della base militare USA ad Okinawa.
Le dimissioni sono state immediate e la carica di primo ministro è adesso occupata da Kan, neoleader del PDJ.
La domanda, retorica, sorge spontanea: sarebbe mai stato possibile nel nostro paese?
Prima di arrivare alla motivazione del titolo di questo mio intervento mi serve ricordare la questione morale, termine probabilmente udito fino alla noia che però non ha ovviamente un minimo effetto nel nostro Parlamento, che continua sfacciatamente ad infischiarsene e a far bella mostra di gentaglia che non dovrebbe nemmeno aggirarsi nei dintorni dei palazzi dei nostri supposti rappresentanti.
Secondo la Costituzione il parlamento può sfiduciare, con un voto, il governo, un ministro o un singolo parlamentare. Data la grandissima intesa che sono in grado di sfoggiare le camere quando si tratta di votare leggi che favoriscano i loro membri, sarebbe piuttosto stupefacente vederne uno sfiduciato.
Mentre i Parlamentari godono quindi della propria cieca fiducia, credo che molti non godano invece della nostra fiducia. La fiducia del popolo.
Per questo motivo vorrei lanciare una proposta, che è più una provocazione che altro. Soprattutto per la sua difficile applicazione.
Perché non dovrebbe essere possibile per il popolo sfiduciare un suo rappresentante? Se, documenti e tessera elettorale alla mano, il 51% degli aventi diritto al voto dichiarasse l’inadeguatezza di un parlamentare a ricoprire il suo ruolo, questi dovrebbe rassegnare le proprie dimissioni.
Una simile possibilità ce l’avremmo, in realtà, ogni 5 anni con il cambio di legislatura. Ma, oltre all’attuale impossibilità di esprimere le preferenze, rimane sempre il problema dei candidati che sono, a conti fatti, il vero problema.
Perciò, magari volando più bassi della sfiducia popolare ad un parlamentare (che probabilmente avrebbe come effetto una catastrofica decimazione delle camere), potremmo accontentarci della sfiducia ad un membro del partito.
La realtà è che le primarie sono solo democrazia di facciata se il leader vincente viene sempre accompagnato dalla solita truppa di offese alla dignità parlamentare.
E’ evidente che mi riferisco soprattutto ai rappresentanti della sinistra (sinistra per modo di dire), dal momento che sono ancora loro elettore.
Vorrei concludere questo intervento con una mia proposta di sfiducia e pertanto del tutto personale. Si tratta a mio avviso di una sfiducia che se venisse accolta risolverebbe gran parte dei problemi della seconda repubblica. La sfiducia in una figura la cui caduta creerebbe un gigantesco effetto domino. D’Alema.
D’alema, si. E perché non Berlusconi, che rappresenta il più grande danno per l’Italia? Perché mentre se se ne andasse Berlusconi, con lui se ne andrebbero soltanto i parlamentari della destra a lui legati, le dimissioni di D’alema, oltre ai disonesti della sua cerchia, si porterebbero dietro Berlusconi, che a sua volta si farebbe gentilmente accompagnare dai suoi.
Visti gli scarsi risultati elettorali della sinistra viene spontaneo chiedersi come D’Alema possa assumere tutta questa importanza. In questo senso forse è bene ripercorrere brevemente alcuni passaggi della storia della Seconda Repubblica che lo vedono protagonista.
Il 7 dicembre del 1994, pochi giorni prima della caduta del governo Berlusconi I, la Corte Costituzionale emette una sentenza (420/1994) che dichiara la legge Mammì incostituzionale e che impone a Berlusconi la vendita di almeno una delle sue tre reti televisive.
Dopo la caduta del governo del 22 dicembre, il governo tecnico guidato da Dini gode di una maggioranza in parlamento rappresentata dalla sinistra e dalla Lega, la quale era entrata in aperto conflitto con Berlusconi. La nuova maggioranza dovrebbe quindi tradurre in legge la sentenza della Corte Costituzionale. Ne è obbligata. Invece i vertici dell’allora PDS, assicurano Berlusconi che calpesteranno tale sentenza e che non toccheranno le sue televisioni. Questo “patto segreto” viene reso noto in parlamento da Violante, nel 2002.
Già allora la forza mediatica del Cavaliere sarebbe stata assai ridotta. Ma non è tutto.
La legge 361/1957 art.10 prevede l’ineleggibilità in parlamento di proprietari o rappresentati di imprese di notevole entità economica. Questa legge, nonostante le numerose legislature con maggioranza di centro-sinistra, non è mai stata applicata. O meglio è sempre stata interpretata dal parlamento in modo del tutto particolare, dichiarando ineleggibile Confalonieri, manager della Fininvest, e non Berlusconi, suo proprietario.
Senza nemmeno dover far lo sforzo di scrivere una legge ex novo sul conflitto di interessi, la maggioranza parlamentare del 1995 avrebbe potuto eliminare Berlusconi dalla scena politica in modo definitivo. Hanno evidentemente preferito diversamente.
Nel 1996 la sinistra vince le elezioni con un programma di cui fa parte la tesi 51, in cui Prodi si propone di ridurre ad una sola le reti di Mediaset e comunque di dichiarare l’incompatibilità tra proprietà di reti televisive e eleggibilità parlamentare. Prodi resterà al governo un anno e mezzo e quella legislatura (96-2001) non rispetterà quel punto del programma. Anzi. Nel 1999 Europa Sette vince la gara per le nuove concessioni televisive, battendo, tra le altre, Rete Quattro. Il Governo D’Alema, che aveva indetto la gara, invece di chiudere il canale di Mediaset ed affidare le frequenze da esso occupate ad Europa 7, concede un’abilitazione provvisoria a Rete Quattro.
A gettare ulteriori ombre sulla figura di D’Alema concorre anche l’esperienza della Bicamerale. Oltre al grave errore di pensare di poter riscrivere la costituzione in compagnia di un elemento come Berlusconi, a mio avviso molto grave è da ritenersi l’idea di riforma della giustizia che sembrava delinearsi. Gli accordi raggiunti infatti sembravano l’anticamera per la separazione delle carriere dei magistrati e la divisione del Csm in due organi distinti. Nel mio probabilmente illusorio modo di pensare, un esponente della sinistra dovrebbe trovare i propri modelli nei grandi personaggi storici della sinistra, e non in reazionari come Gelli che proprio nel suo piano di “Rinascita Democratica” parlava di separazione delle carriere.
Per passare infine ad avvenimenti più vicini ai giorni nostri, a rendere grande onore al leader Massimo c’è la questione del caso Unipol. Riassumendo, in quel momento si sono tentate tre scalate: quella del Corriere della Sera da parte di Ricucci, quella dell’Antonveneta da parte di Fiorani e quella dell’Unipol da parte di Consorte. Secondo le intercettazioni, agli imprenditori, adesso sotto processo per aggiotaggio, si sono affiancati parlamentari per facilitare la riuscita di queste operazioni illegali. In particolare per quanto riguarda la scalata dell’Unipol i DS con Latorre e D’Alema in prima fila, avrebbero trovato accordi con l’eurodeputato Udc Bonsignore affinché concorresse con le sue quote azionarie al raggiungimento del 51% della proprietà dell’Unipol, creando un patto con Consorte e facendo in modo che questi potesse oltrepassare il 30% delle azioni senza lanciare l’OPA, stracciando così le regole del mercato.
Ad onor del vero c’è da dire che questi esponenti degli ex DS non sono iscritti alle liste degli indagati. Ma perché? Perché i parlamenti (europeo e italiano) non hanno concesso l’autorizzazione ad utilizzare tali intercettazioni contro i parlamentari stessi. Hanno sfruttato la loro posizione per sfuggire alla giustizia, dunque. Esattamente come Berlusconi.
Sapevano i vari D’Alema, Latorre, Fassino, che l’aggiotaggio è un reato? Sapevano dunque che stavano favorendo un’azione criminale? Sapevano inoltre, dal momento che le tre scalate erano strettamente legate tra loro, che Ricucci stava probabilmente scalando il Corriere della sera come prestanome di Berlusconi consegnandoli il giornale che più riesce a spostare consensi in Italia?
Non c’è bisogno di una sentenza della cassazione per denunciare il vizio politico e morale alla base di questi comportamenti. E non serve una sentenza per esigere le dimissioni di politici di tal fatta. Da quale pulpito l’onorevole D’Alema si permette di parlare di questione morale?
Concluderei con la caduta del governo Prodi II. Veltroni, neosegretario del PD dichiara i suoi intenti in favore di un accordo bipartisan sulla modifica della legge elettorale. La direzione va verso il bipartitismo, che significherebbe eliminazione dal parlamento di tutti i piccoli partiti. Berlusconi sembra disponiblie per la riforma, ma nel frattempo promette a Mastella, leader del partito più piccolo dell’Unione e quindi il più minacciato da una simile legge elettorale, venti deputati e dieci senatori nella prossima legislatura nel caso facesse cadere il governo. Mastella esegue e il governo, nella sua fase più delicata, cade. Berlusconi non manterrà i suoi impegni né con Veltroni (la legge elettorale rimarrà invariata) né con Mastella.
Mi sorge spontanea una domanda. Ma gente come D’Alema che è stata in grado di imporre un uomo politicamente morto come Rutelli alla candidatura per le comunali di Roma (perdendole), che ha quasi imposto Boccia per la Regione Puglia (con cui sarebbero probabilmente andati incontro ad una sconfitta), che ha negato a Grillo in modo totalmente antidemocratico la possibilità di partecipare alle ultime primarie per il segretario del PD, dove aveva riposto la sua dittatura di pensiero quando Veltroni fece quell’infelice scelta sulla legge elettorale? Perché nella fase più delicata del governo Prodi, non ha fatto l’ennesima imposizione impedendo a Veltroni di fare certe proposte suicide? Forse che sono capaci solo ad imporre le scelte che danneggino la sinistra?
Se i governo avesse retto ancora un po’ probabilmente la destra si sarebbe spaccata, contribuendo probabilmente alla morte prematura di Berlusconi politico. Ma ancora una volta, così non è stato.
Non è certo D’Alema il responsabile dell’immoralità parlamentare, ma la sua fine sancirebbe probabilmente anche quella di molti parlamentari che di pulito hanno solo i vestiti.