domenica 6 settembre 2009

Videocracy o del forno a microonde

Ieri ho visto “Videocracy. Basta apparire”, il film documentario di Erik Gandini sul potere della televisione in Italia.
Per chiarezza, riassumo in tre parole il film. La narrazione parte dalla nascita delle reti televisive del Primo Ministro e segue la loro evoluzione insieme all’evoluzione della società italiana. Il tutto - o quasi - raccontato nella forma di intervista ad una serie di personaggi:

- Riccardo, un aspirante showman
- Marella Giovannelli, fotografa e proprietaria di una residenza prospiciente Villa Certosa (quindi vicina di casa “estiva” del Primo Ministro)
- Lele Mora, agente televisivo che si
dichiara mussoliniano (sigh!)
- Fabrizio Corona, mercante di foto spesso nudo.


L'impressione generale è positiva: la visione è piacevole, ricca di spunti di riflessione e scorrevole. Durante la proiezione mi sembrava di assistere a qualcosa di davvero interessante. Sui titoli di coda ho iniziato a chiedermi il senso di tutto quello che avevo visto: sicuramente lo spunto più innovativo, almeno per me, riguarda la "progettualità", secondo il regista, dell'impero imprenditoriale del Primo Ministro. Infatti si sostiene la tesi secondo la quale già 30 anni fa, con il sorgere di Milano 2, Fininvest, etc., nell'imprenditore fossero ben presenti il disegno a lungo termine e le mire politiche. Francamente (forse ingenuamente?) io non ci avevo mai pensato: avevo sempre creduto che, così, uno si ritrova un colosso della comunicazione in mano e decide, a cose fatte, di gestirlo anche per la propaganda politica. Invece Gandini ritiene che il Primo Ministro avesse tutto in mente sin dall'inizio. Inoltre già da subito l’imprenditore non si è limitato ad espandere le reti televisive, ma ha iniziato a trasmettere dei messaggi che avrebbero cambiato la società italiana: è questa la "videocrazia" (“videocracy”, appunto). Il sottotitolo spiega molto: "basta apparire". Credo però che questo spirito esibizionista sia comune a gran parte della società occidentale. A dimostrazione di questo, googleando "grande fratello inglese" vengono fuori un paio di notizie interessanti. Una è quella della morte in diretta di una concorrente (Jade Goody); la seconda parla di un ragazzo 25enne (tale Sree Desari) che dopo essere stato eliminato dalla trasmissione si è tagliato le vene: direi che anche in terra d'Inghilterra la necessità di apparire si fa sentire pesantemente. Ultima notizia, forse quella più interessante, è che Channel 4 ha deciso di fermarsi con la decima e ultima edizione del reality show. Quindi il desiderio di entrare nella scatola della TV (a tutti i costi!) non contraddistingue l'Italia: perciò non è questa la peculiarità del modello sociale proposto (o imposto?) dalla nostra televisione. L'elemento secondo me discriminante è la mercificazione e la sovraesposizione del corpo. In particolare, ma non esclusivamente, del corpo femminile. Sicuramente gli uomini sono più facili da accalappiare. Bastano due tette e non cambiano più canale. Inoltre forse alcune donne sono attratte da questa beatificazione del nulla, e rimangono incollate agli schermi pensando “se ce l’ha fatta lei ce la posso fare anch’io!”. Così lo share aumenta e con questo le pubblicità, che sono tanto più efficaci quanto più il fruitore è sguarnito di adeguati strumenti di comprensione. Al fine commerciale vanno aggiunti i gusti dell'editore, che sono decisamente sensibili a certi argomenti. Sicuramente è questo l'elemento unico della nostra TV: gli anglosassoni (parlo di loro perché ne ho conoscenza diretta, ma non escludo che valga lo stesso per francesi, spagnoli o greci) rimangono letteralmente sconvolti dalla volgarità della nostra programmazione TV, dalla continua esposizione di corpi come carne da macello. In questo senso, è d'aiuto il documentario "Il corpo delle donne" di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi.


clicca sull'immagine per vedere il video

Parla della scomparsa dell’autentica identità femminile nella TV italiana, sostituita da una rappresentazione grottesca, volgare e umiliante. Particolare risalto è dato alla cancellazione dei volti adulti in TV, al ricorso alla chirurgia estetica per cancellare qualsiasi segno di passaggio del tempo e alle conseguenze sociali di questa rimozione. Il problema è che la donna si è ridotta o autoridotta così, secondo gli autori: tantopiù che il 60% del pubblico TV è composto da donne.
Tornando a “Videocracy”, il film mi ha lasciato l'impressione di una generale pubblicità contro il Primo Ministro. Peccato, perché alcuni temi potevano essere sviluppati in maniera interessante e profonda.
In fin dei conti, la cosa più stimolante del film è fuori dal film: è il fatto che i maggiori network televisivi italiani si siano rifiutati di vendere degli spazi pubblicitari per la promozione di questa pellicola. Evidentemente hanno ritenuto pericoloso il messaggio veicolato dal film. Ora, siccome, secondo me, il film non ha detto né tanto meno dimostrato niente di nuovo, le cose sono tre:
- i dirigenti televisivi lo hanno sopravvalutato
- i dirigenti televisivi sono oscurantisti
- una gran parte del pubblico televisivo, guardando il film, avrebbe ascoltato delle riflessioni che non aveva e che mai avrebbe fatto...
Rimane da dire che l’inchiesta non racconta niente di sostanzialmente nuovo agli italiani, ma essendo una produzione svedese presentata al festival di Venezia, non va sottovalutata la valenza internazionale di questa opera.
In conclusione, se da un lato è vero che, come riportato dal film, la televisione è il principale mezzo di informazione per l'80% degli italiani, d'altro canto la TV si può spegnere - tanto facilmente quanto un forno a microonde.

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